giovedì 26 dicembre 2013

L'amore ai tempi in cui l'amore non va più di moda

Era d'Agosto.
Una di quelle sere in cui, si dice, si vedono le stelle cadenti.

L'erba era bagnata, perché, a differenza di quanto si possa pensare, a Castel San Vincenzo, ad Agosto, fa freddo.
L'erba era bagnata però sticazzi, avevamo gli asciugamani, le giacche, qualcuno addirittura le sedioline da mare...

E c'era un buio plastico, come un foglio colorato tutto di nero, ma non di nero col pennarello, di quel nero di pastello a cera, che crea anche una patina quasi solida, era quel nero proprio nero.
E infatti, con quel buio, io ho finalmente visto le stelle cadere...

Sì perché è una tradizione che si celebra ogni anno; ogni anno, con gli amici, ci si accampa da qualche parte e si sta muso all'insù finché qualcuno non urla "UNA!" e dà il via alla gara a chi ne vede di più.
Io senza il buio nero di pastello a cera di Castel San Vincenzo, forse, non avrei mai visto le stelle cadenti...

E invece ne ho viste tipo 11!

Doveva essere sulla quinta o sulla sesta (ammetto di aver perso il conto) che quell' "ammesso e non concesso ch'io sia diventato matto..." m'ha schiaffeggiata forte sul viso.
A. cantava e rideva, e P. suonava la chitarra, e proponevano sempre un pezzo che iniziavano e poi piantavano lì a metà, e ne iniziavano un altro, e si rideva, e si cantava, e qualcuno gridava "Otto!" e si cantava tutti insieme e si rideva a bocca piena...

E poi però s'è cantata proprio quella canzone lì... E S. s'è un po' emozionata, anche se magari non lo voleva far vedere, e A. cantava più forte e tutti facevamo silenzio, perché si capiva che quella canzone lì non era come le altre degli Smiths che avevamo cantato fino ad allora...
Era una dichiarazione d'amore, era una dedica...

E allora, come spesso m'accade, mentre introiettavo parole d'una canzone che sarebbe diventata da quella sera, una delle mie canzoni più più, mi sono astratta, dal nero di pastello a cera, dall'erba bagnata, dal freddo, dalle risate, dal lago, dalle mainarde molisane...

E mi sono ricordata di quella volta che erano gli anni '90 e che era un pomeriggio d'estate, e io ero ai giardinetti sotto casa con I., la mia migliore amica di allora, ad ascoltare una di quelle radioline portatili con l'antenna lunghissima...
Sentivamo sempre un programma di mercoledì pomeriggio, un programma di dediche di una radio locale, dove spesso compagni di scuola o amici alle prese coi primi amori si dedicavano canzoni...
Mi ricordo ancora quella volta che dedicarono "As long as you love me" dei Backstreet's Boys a C. e noi lo sentimmo in diretta, ed era M. che parlava, e noi nemmeno sapevamo che M. andasse dietro a C. e comunque ci sembrò una cosa stratosferica, perché noi C. la conoscevamo davvero, era in classe con me, quindi il programma faceva dediche vere e quindi avremmo potuto farlo anche noi ed era tutto una grandissima figata...
Che poi non era tanto nel dedicare, quanto nell'attendere trepidanti che qualcuno dedicasse una canzone anche a noi!

In quel periodo io ero in fissa con una canzone degli INXS e quel giorno promisi solennemente che avrei sposato l'uomo che mi avesse dedicato quella canzone, ed io e I. passammo tutto il pomeriggio a fantasticare su come sarebbe stato sentirsi nominare in radio, e all'imbarazzo e che sarei diventata una superfiga a scuola e ridevamo un sacco e sotto sotto sapevamo che non sarebbe successo mai, però a 15 anni puoi credere un po' a quel che ti pare...

Di certo, quel che non potevamo sapere, era che sarebbe venuto un tempo in cui non ci sarebbero più stati programmi radiofonici di dediche, e non ci sarebbero stati più ragazzi e ragazze imbarazzati ad un capo del telefono a balbettare il titolo di una canzone e un messaggio da affidare alla radio, sperando che l'amato o l'amata, proprio in quel momento, stesse ascoltando quel programma e sentisse la dedica...

E niente...quella canzone degli INXS ce l'ho ancora sull'mp3, e ogni tanto la sento e ogni tanto la skippo, e però quando la sento mi sembra di rivedere la panchina, le altalene, gli alberi e gli scivoli dei giardinetti dove quel giorno mi sono promessa all'uomo che me la dedicherà.

La canzone delle stelle cadenti

mercoledì 11 dicembre 2013

"E lo obbligavo a dirmi sempre sei bellissima"

Questo post si potrebbe tranquillamente intitolare "Delle serate in cui il trash anni '70 bussa alla porta e tu faresti meglio a non aprire", ma citare direttamente la canzone mi dava un senso di maggiore trasparenza verso chi leggerà questo post.
Nessuno potrà dire che non sapeva a cosa andasse incontro.

M'è venuta la folgorazione sull'autobus, mentre tornavo a casa dalla mostra dei marmi di Rodin, quando, all'improvviso, le cuffiette del mio lettore mp3 mi rimandano la voce raschiata della Berté che canta "Sei bellissima".
Sulla via di casa, una volta scesa dall'autobus, avevo già cambiato idea, però mi sentivo sta cosa qua, quella tipica sensazione che mi viene quando voglio fare un post, ma non ho ancora capito bene di cosa voglio parlare.
Poi stasera qualcuno mi ha detto che "i veri scrittori lavorano di notte" e quindi ho deciso di dare un po' di lustro alle mie velleità da scrittrice, che ultimamente s'erano nascoste sotto il letto, e buttare giù qualcosa.

C'è M. che è tanto bella. Bella da mozzare il fiato, dicono. Ed è bella da sempre. Da quando, da piccola, aveva i boccoli abboccolati benissimo e i capelli biondissimi e quello sguardo da puttino del Mantegna e quelle guanciotte bùbùbù. E poi era bella anche alle elementari, quando la mamma le arricciava i boccoli che, crescendo, s'erano un po' ammosciati, ma mamma glieli rifaceva uguali uguali a quando era piccina e così M. nelle foto di classe era sempre la più bella. E poi era bellissima e perfetta anche per quell'audizione per quel programma televisivo dove il fotografo le chiedeva di mettersi in pose provocanti perché era bella, era così bella che bucava l'obiettivo. E per M. sentirsi dire che è bella è normale perché lei è proprio bella e quasi si stupisce se qualcuno non la nota, tutta questa bellezza, o la ignora e la tratta come se fosse una qualsiasi, e M. si arrabbia, e non capisce a che cosa le serva, allora, tutta questa bellezza, se non riesce ad ottenere quello che vuole.

E poi c'è B. che pure è bella. E' quella bellezza un po' più trasandata, un po' più "No, ma io mi preparo in cinque minuti, chi ha tempo di svegliarsi prima per truccarsi la mattina?". E B. non lo sa bene quant'è bella. E comunque non gliene frega niente, perché l'apparenza conta fino a S.Stefano, dice, e poi comunque prima o poi invecchi e diventi brutta e quindi non ha senso affannarsi. Anche perché per farsi bella, B., che non lo sa che è così bella anche lei, come M., dovrebbe rubare tempo ad altre attività decisamente più utili che passar tempo con un mascara in mano. E quindi B. si veste un po' come capita però legge tantissimo, scrive su un blog e fa volontariato e forse le schifa un po' quelle come M., che non pensano ad altro che a mettersi lo smalto nuovo e a farsi la messa in piega, le compatisce, poverine, che non hanno altro a parte la loro bellezza. E non lo sa, B., che M. sa parlare 4 lingue ed è un asso nell'organizzazione degli eventi, e M. invece sa di saper fare quelle cose, ma non sa a che cosa le servano, anzi, si maledice per aver fatto l'università, che tanto in questo paese studiare non serve a niente.

E poi c'è V. che è la più tosta. Anche V. è bella. E' una bellezza selvatica, con quel taglio corto a maschio e gli occhi che cercando di leggerti dentro. Sempre in jeans e maglietta, guai a dire a V. che potrebbe esaltare la sua bellezza vestendosi con abiti più femminili. E' in grado di scatenare una rivoluzione. Perché per V. le donne sono tutte vittime di una cultura patriarcale che ha innalzato l'aspetto fisico a valore unico e supremo e bisogna spezzare questa catena e ribellarsi, non farsi relegare al ruolo di bambolina muta. E V. infatti chiacchiera. Chiacchiera un sacco. E gestisce un centro d'ascolto per donne vittime di violenza, e insegna alle donne a non rispondere a schemi imposti dalla televisione o dalla società, insegna alle donne a pretendere di essere accettate così per come sono, anche senza trucco, grasse, non curate... "Sennò mettetevi in testa che non vi ama!" predica V., che non si ricorda più quand'è stata l'ultima volta che un uomo si è sentito a suo agio nel dirle "Sei bellissima" senza temere, paradossalmente, di offenderla.

A. bella non è, ma quando canta saprebbe ammaliare il più reticente degli uomini, e c'è G. che, per via delle ultime battutine in ufficio, non sa ancora se l'abbiano assunta perché è davvero brava come contabile o perché ha le tette grosse, e L. che si tira su leggermente la gonna prima di entrare a fare l'esame, non gliene frega un cazzo che le dicano che è bella, basta che il prof. la promuova; al contrario, P., ha bisogno di sentirsi la più bella sempre, la più bella della classe, la più bella della festa, la più bella d'Italia, e sta facendo le selezioni anche se ora Miss. Italia sta su LA7 e avrà meno visibilità, e non mangia più, che magari diventa un'attrice o una modella ed è talmente bulimica di complimenti sulla sua bellezza che non le interessa più se chi glieli fa sia sincero o meno.

Ma bella come, poi?
Bella dentro?
Bella fuori?
Bella e basta?
Bella e stupida?
Non è bella, ma è simpatica?

"Sei bellissima".
Non bella.
Bellissima.
Superlativo assoluto.
Di quelli pronunciati con un tono sussurrato, scuotendo impercettibilmente il capo, come nel gesto di rassegnarsi ad una certezza ineluttabile e con sguardo un po' incredulo, proprio di chi non è certo che quel che vede sia la realtà.

Io questa sensazione me la ricordo.
Mi spiegate dopo che cazzo è successo?

Mi ritiro nelle mie stanze (soppalcate) e prometto che tolgo la Loredana e la Mia dal lettore mp3.