martedì 11 settembre 2012

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace


Il sottile umorismo di quest'uomo è qualcosa di disarmante.
Perché non si tratta del classico libro che ti fa ridere perché racconta cose divertenti, si tratta di un libro che ti fa ridere pur raccontando cose a mio avviso piuttosto tristi. Se mi permettete il paragone...avete presente Fantozzi? Quella sensazione che tutto quello che capita al povero Ragioner Ugo non dovrebbe farci ridere, ma provocarci una profonda tristezza per le sfighe e le ingiustizie cui è costantemente sottoposto?
Ecco, il questo libro di Wallace mi ha suscitato una sensazione molto molto simile a quando, da bambina, guardando Fantozzi, mi veniva da piangere, più che da ridere. (i bambini, si sa, non hanno la percezione dell'ironia. Tale capacità si sviluppa in età più adulta).

E' un'ironia fine, sottile, amara quella di Wallace, giornalista, inviato dalla prestigiosa rivista Harper's a bordo di una crociera extralusso ai Caraibi, ai fini di produrre un articolo in merito a questo tipo di abitudini vacanziere degli americani.
Il libro consiste effettivamente nella cronaca pedissequa dei sette giorni di crociera, e intercala momenti di mera narrazione circa le esilaranti attività proposte dal personale di bordo a momenti di vetriolo puro nelle descrizioni di alcuni dei passeggeri a pregni capitoli di riflessione sulle implicazioni di tutto quel lusso.

E quindi ci scompisciamo dalle risate dalle quando ci racconta del sorprendente sistema di risucchio a pompa dello scarico del water della sua cabina, che lui ha la sensazione che risucchi anche la sua anima e siamo solidali con lui quando, vittima della sua cocciutaggine per non aver voluto portare "abiti eleganti" (come la brochure, però, consigliava) si ritrova a dover prender parte a una "colazione formale" in camicia e braghette.
E ancora, ci rotoliamo letteralmente a terra quando il buon Wallace, questionando con un facchino circa il voler portare da sé la propria valigia in cabina, mette il giovane in un dilemma paradossale tra due dogmi che gli erano stati stampati a fuoco nell'anima: "Il passeggero non porterà MAI da sé i bagagli in cabina" e "Il passeggero ha sempre ragione"; ma avvertiamo un senso di inquietante eccesso, quando ci racconta degli esasperati sistemi di pulizia delle varie cabine o dell'opulenza dei buffet o della capronaggine di molti dei passeggeri vittime di un costruito, e triste, divertimento di massa.

Insomma, è come se questo libro fosse una linea il cui sottofondo costante è una profonda tristezza, un senso agorafobico di vuoto e di solitudine su cui però vengono innestati singoli episodi esilaranti che, forse proprio come metafora della crociera stessa, cercando di far distogliere lo sguardo del lettore dall'immensa tristezza del tutto.

In ogni caso ho trovato conferma del fatto che crociere, villaggi turistici et similia non sono proprio in assoluto il mio genere di vacanza.