martedì 3 giugno 2014

Nuovo Ordine Mondiale

Anno solare 14 del Terzo Millennio.
154° giorno di Resistenza.

C'è stato un tempo in cui ero una persona serena.
Ho passato l'infanzia nell'ignoranza e così gli anni a venire, fino al 2011.
Ero davvero serena, camminavo scalza, non ero ancora ingobbita dall'ansia febbrile del pattugliamento di ogni angolo della casa e andavo in bagno di notte senza problemi di sorta.

Il trasferimento a Roma inizialmente non sembrò recare particolari squilibri alla mia serenità interiore.
Tutto accadde quando tornai dall'Erasmus e dovetti cambiare casa.
Il nuovo alloggio era vuoto da qualche mese e aveva gli ovvi problemi di tutti gli alloggi vuoti da qualche mese, ma non avremmo mai immaginato che quel che sarebbe accaduto avrebbe cambiato per sempre le nostre vite e la sicurezza in noi stesse.

Dapprima mia sorella urlò.
Una mattina, mentre si stava rimettendo gli stivali, lasciati sul terrazzo per la notte, una sentinella del battaglione di cui poi incontrammo altri elementi, cadde dallo stivale stesso, causando panico e terrore.
Il ritrovamento di altre due, forse un'esploratrice e un cecchino non ci lasciò alternativa.
Scegliendo la strategia di non fare prigionieri, ci rivolgemmo a una tattica difensiva che prevedeva l'utilizzo di polveri bianche con cui cospargere il perimetro interno della casa, cosa che effettivamente ci ha mantenuto al riparo da ulteriori incursioni negli anni a venire.

Ma ormai il sasso era stato lanciato e qualcosa dentro di me si era spezzato.
Ormai sapevo che non ero al sicuro da nessuna parte.
Venne l'estate e Roma si popolò di legioni del Male in ogni angolo della città.
Le zone umide e il putridume dell'immondizia erano i loro quartier generali, da dove preparavano piani di conquista per l'intera Capitale.
Se ne vedevano dappertutto, uscivano la notte e popolavano ormai anche i miei peggiori incubi.

Il trasferimento coatto a Milano, seppur accolto con grande amarezza, mi diede per qualche giorno l'illusione che nella fredda Capitale del Nord non avrei avuto di che preoccuparmi troppo in merito alla Nera Orda che giungeva da Sud e, in caso, avrei avuto tempo per organizzare una difesa efficiente.
Niente di più sbagliato!

Una cara amica trasferitasi qui prima di me mi aveva già avvertita di qualche avvistamento in casa sua, che l'aveva costretta, una volta, a non poter scendere dal letto e a chiamare soccorsi tanto era stato aggressivo l'attacco.
Ebbi a comprovare che non esagerava affatto.
Durante un breve soggiorno presso la sua dimora, un provvidenziale allagamento del bagno ci permise di stanare una delle loro sentinelle di guardia che aveva allestito un accampamento stanziale proprio in quel luogo.

Ormai non c'era più niente da fare.
Di notte avevo incubi su una colonizzazione a livello mondiale, in cui gli esseri umani sarebbero stati ridotti in schiavitù e i più fortunati costretti a ritirarsi in caverne e nutrirsi di radici.
Mi sentivo loro preda in ogni momento, me le sentivo addosso, fameliche, ne sentivo il tramestio nelle orecchie tutto il giorno.

Quando presi casa ero già ormai prossima alla paranoia patologica e la prima cosa che chiesi agli inquilini, prima ancora di firmare il contratto fu se ci fossero stati avvistamenti nell'ultimo anno, consapevole che ormai la guerriglia impazzava in ogni quartiere.
Non c'era modo di fermarle.
Nemmeno la loro risposta negativa mi tranquillizzò.
Io sapevo che sarebbero arrivate.
E mi avrebbero divorato il cuore.
Era solo questione di tempo.

Sono ormai barricata in casa da quattro giorni, ho con me ogni arma utile allo scopo, spray, polveri, trappole, veleni vari.
Le sto aspettando.

Se state leggendo questo mio scritto, vuol dire che mi hanno presa e che potrebbero ancora aggirarsi in casa.
Fuggite!

Racconto tratto da "Una vita contro le blatte"
di Enrica Antonini

giovedì 10 aprile 2014

Debiti e crediti

Recentemente mi è stato detto che sembra che io sia sempre incazzata col mondo e che abbia sempre qualcosa da rivendicare.

 E' una cosa che mi ha colpito molto, perché non è nemmeno la prima volta che me la sento dire.

Penso di essere cambiata molto negli anni e che la me di adesso sia riuscita in qualche modo a ridimensionare molto della me di qualche anno fa; però è vero, su questa cosa non sono riuscita ad intervenire, o non ho voluto intervenire.

 Mi si rimproverava, nello specifico, il mio continuo attaccare, come sfondo costante in tutti i miei discorsi, la maggior parte delle volte indirettamente, le persone che hanno avuto una vita "facile".

So di usare questo termine impropriamente, perché per un motivo o per un altro nessuno ha avuto una vita facile, però diciamo che ci sono persone che non hanno mai dovuto preoccuparsi di dover lavorare fino a una certa età, che hanno potuto frequentare l'università in maniera tranquilla, mantenuti in tutto dai genitori, che hanno alle spalle famiglie solide o quantomeno non disastrate, che hanno potuto permettersi di fare scuole di specializzazione, dottorati senza borsa, stage e tirocini completamente non retribuiti e che hanno potuto cominciare a porsi i problemi della vita intorno ai 30 anni.

Per me non è stato così, e nonostante ciò mi ritengo una persona estremamente fortunata, sono nata in Occidente, cosa che mi ha garantito condizioni igieniche adeguate, un'istruzione obbligatoria, una società con discreta libertà d'espressione e che io mi posso permettere di criticare, schifare ed etichettare come il più bieco capitalismo consumistico solo grazie ai diritti che questa stessa società perversa mi ha garantito fin dalla nascita. Ora sta poi cercando di togliermeli uno a uno, ma questa è un'altra storia.

Sono fortunata, dicevo. O tale mi sento. Ma alcune vicende della mia vita, unite a una condizione economica abbastanza difficoltosa e a una situazione familiare certamente non rosea mi hanno portata a dover sviluppare alcune capacità in maniera più approfondita o forse semplicemente prima del tempo.

Io lo chiamo spirito di sopravvivenza.

Come quando ti trovi in mezzo ad una foresta devi escogitare un modo per trovare del cibo, ripararti dagli agenti atmosferici e difenderti dagli animali.

Ecco, forse in una foresta vera soccomberei in meno di 24 ore, ma alla vita io sono sopravvissuta.

Sono sopravvissuta a molte vicende e ho puntato a terra il ginocchio, poi il piede e mi sono rialzata.

E ho imparato a trovare soluzioni laddove non sembra che ce ne siano, o a trovare il modo di accettare le cose che non posso cambiare o risolvere.

Ho imparato a badare a me stessa, ad essere indipendente economicamente in tutto e per tutto, a minimizzare i miei problemi e a pesare il meno possibile sugli altri.

E questa pressoché totale autosufficienza ha cominciato a generare un complesso di superiorità strisciante che nella maggior parte dei casi riesco a ridimensionare in pochi istanti, ma che qualche volta degenera in considerazioni tranchant del tipo: "Se hai 30 anni e vivi ancora coi tuoi, cazzo ne sai della vita", "Se non hai mai vissuto all'estero, cazzo ne sai del mondo", "Se ti han pagato gli studi e l'affitto per tutto il periodo universitario, cazzo ne sai dei problemi per arrivare a fine mese", "Se basta che ti lamenti un po' e i tuoi ti ricoprono di soldi, cazzo ne sai di come si tira avanti da soli" e potrei andare avanti all'infinito, ma soprattutto potrei descrivere nel dettaglio con quale sopraffina abilità dialettica riesco a far sentire in colpa persone di cose di cui non avrebbero nessun motivo di sentirsi in colpa (non sempre quantomeno).

E' come se le persone che hanno avuto la vita più facile o situazioni economiche o familiari più agiate, mi dovessero dimostrare che quelle cose se le sono meritate, che le hanno capite, che le hanno apprezzate.

Perché io, invece, credo di essere piuttosto in credito con la vita.

E lo so che non è colpa loro e non è colpa di nessuno, però a volte non riesco a togliermi questa pretesa, nei confronti delle persone, che mi dimostrino che se la sanno cavare almeno quanto me, che sono capaci di badare a se stesse almeno quanto me, che sanno essere indipendenti almeno quanto me.

Sembra un discorso molto autoriferito, lo so.
Ma io ho solo me.
Non ho i soldi, non ho un lavoro prestigioso, non ho la bellezza di una modella, non ho l'intelligenza di un premio nobel, non ho una famiglia alle spalle che mi risolve tutto.

Ho solo me.
E tutto quello che sono stata capace di fare con niente.

E quindi, tutto sommato, la difendo quest'arroganza.
Perché è quella che mi ha permesso di credere in me abbastanza da superare e affrontare tante cose.
Ma mi ha anche intrappolata nella convinzione di non aver bisogno di nessuno perché nessuno può badare a me meglio di quanto possa fare io.

E questo ci riporta al discorso aridità/non sento niente/non m'innamorerò mai più nel quale non è il caso di imbarcarsi.

P.S. Un applauso ai temerari che hanno letto fino a qui.

P. P. S. Un minuto di silenzio per quelli che, nel frattempo, sono morti di noia.

giovedì 16 gennaio 2014

Foglie

Camminava con la faccia all'insù, ché a guardare il cielo ci si perdeva volentieri, sempre, soprattutto quando facevano quelle splendide giornate dove il sole sembrava volertela sbattere proprio sotto il naso, tutta quella bellezza.
Era innamorata di quella città, ma era innamorata come ci si innamora da adulti, dolorosamente, con la consapevolezza di chi ha imparato che le cose ti tradiscono, son candele che si consumano e innescano notti nere, dalle quali poi è difficile svegliarsi.
Ci si innamora con diffidenza, dopo.
Con la lentezza necessaria alla percezione di quella sicurezza di potersi mettere in salvo, in ogni momento.
Ci si abbandona per un attimo, a sfiorare la superficie della lava che ribolle e ci si avvicina quel tanto che basta per ricordarsi di quanto scotti, dopo.

E camminava, faccia all'insù, col sorriso della spensieratezza verso il parco dietro casa, sconfinato, ancora non invaso dalle orde fameliche dei turisti del centro, buoni solo a fagocitare cibo a tutte le ore, scattare foto storte che mai nessuno rivedrà e inquinare, con un fastidioso brusio di sottofondo, il silenzio circostante che, ad ascoltarlo, ti riempiva i polmoni e l'anima.
Quel parco, invece, disseminato di antichi acquedotti romani, opportunamente collocato nella periferia più a Sud della città, le dava ancora una sensazione primordiale di stabilità, di qualcosa che sopravvive al tempo che va avanti.
Sfrontato, nella sua erba alta, torrido d'estate, senza l'ombra di una panchina per dar ristoro alle flaccide gambe di chi non ha gambe per camminare, disordinato, con quegli acquedotti piazzati in mezzo alla via, da costeggiare, o scavalcare.
Lei amava cavalcarli, invece.
Aveva scoperto che c'era un punto, a una delle estremità del parco, dove l'altezza dell'acquedotto digradava dolcemente, fino ad arrivare quasi allo stesso livello dell'erba, ed era possibile salirci sopra e cominciare a percorrerlo, osservando come la distesa verde lentamente s'allontanava, e tutto rimpiccioliva, mentre lei guardava sempre in alto, al cielo, e respirava a fondo, e piano piano superava le chiome degli alberi più bassi, e le stradine sterrate dove giravano i ciclisti si facevano sempre più strette e sinuose, e sembravano quasi piccoli ruscelli dorati e più andava avanti, più le sembrava di astrarsi dai bambini del quartiere che giocavano a pallone, dalle coppiette sotto gli alberi abbracciate a tentare di uccidere i vuoti, dai solitari, in compagnia di libri e musica che glielo vedevi in faccia che si chiedevano se erano ancora vivi.
E lei lassù, staccata da sé, ricettacolo dei pensieri dei pochi visitatori di quel parco di borgata, come se si convogliassero simbolicamente tutti lassù, in lei, sopra quell'acquedotto in piedi da secoli.
E le sembrava di essere così leggera da potersene volare con il vento, per liberare tutti quei pensieri intricati, e sollevare quelle anime pesanti, coi piedi ancorati a terra.

Fantasticava.
Sempre.
E pensava alla morte.
Si comincia sempre a pensare a queste cose, dopo.
A volte si fissava a guardare quello che le accadeva intorno.
Si fermava e ascoltava. Osservava la città che si muoveva.
Il brulicare della gente, le macchine, il vento, gli alberi. E si crogiolava nella sensazione straniante d'immaginarsi morire. Si perdeva in lunghe elucubrazioni sulla piccolezza della sua esistenza rispetto all'infinito del cosmo, affascinata dallo stesso concetto di infinito, concretamente inconcepibile da menti finite, come quelle umane.
Le piacevano questo genere di contraddizioni, la stimolavano a sentire, unico modo in cui imparava la vita.
Le capitava spesso quando era in autobus.
Amava gli autobus e in generale tutti i mezzi di superficie.
Il treno!
Come gioiva quando le capitava di fare un viaggio in treno.
S'immaginava i treni come luoghi di sospensione della realtà, alterati sia spazialmente che temporalmente, portali su quello spazio e tempo infiniti che la fisica c'insegna. Non sei mai in un posto specifico, quando sei sul treno, il movimento ti emancipa dalle normali leggi dello spazio, quel che accade sul treno è come se non si compisse finché il mezzo non giunge a destinazione, come se il movimento stesso ti tenesse in una sorta di continuum temporale, dove tutto può essere ancora o non essere più, ma niente è nel momento.
Anche per l'autobus era così, in un certo senso, ma i viaggi in autobus erano sempre troppo brevi perché le scattasse il meccanismo astrattivo che la rendeva così evanescente.

E quel giorno, nel tornare a casa, sottomano il diario su cui appuntava le sue esplorazioni, e le lacrime improvvise e i colpi al cuore e le belle atmosfere, quel giorno si era fermata qualche minuto davanti al portone di casa, divelto, impudico delatore di quell'androne ormai fatiscente, che infatti stavano ristrutturando da mesi; s'era fermata a raccogliere i dettagli, e aveva osservato per l'ultima volta il cane dei parrucchieri sotto casa, che si prendeva le coccole della portinaia, sempre fuori, con i guanti rosa, a chiacchierare con le vicine; aveva respirato il profumo delle foglie bagnate d'autunno cercando di mutarsi in scultrice e modellare l'immagine di quella via come creta impalpabile, fantasticando di farne una di quelle bocce con dentro la neve, solo che al posto della neve ci sarebbero state le foglie. Tante piccole foglioline rosse, gialle e marroni, di quell'autunno tiepido, che le spezzava il cuore.
Al parco ne aveva raccolta una.
E l'aveva messa nel diario.
"Camminerò e non mi volterò.
Mi guarderai le spalle.
Mi vedrai allontanarmi finché non sparirò.
Mi chiamerai.
Già ti sento.
Ma non mi volterò.
E' la mia libbra di carne
Senza un goccio di sangue".


Explicit:

Fammi innamorare di Milano.
Altrimenti la odierò.
Ché non son capace di passioni tiepide.

giovedì 26 dicembre 2013

L'amore ai tempi in cui l'amore non va più di moda

Era d'Agosto.
Una di quelle sere in cui, si dice, si vedono le stelle cadenti.

L'erba era bagnata, perché, a differenza di quanto si possa pensare, a Castel San Vincenzo, ad Agosto, fa freddo.
L'erba era bagnata però sticazzi, avevamo gli asciugamani, le giacche, qualcuno addirittura le sedioline da mare...

E c'era un buio plastico, come un foglio colorato tutto di nero, ma non di nero col pennarello, di quel nero di pastello a cera, che crea anche una patina quasi solida, era quel nero proprio nero.
E infatti, con quel buio, io ho finalmente visto le stelle cadere...

Sì perché è una tradizione che si celebra ogni anno; ogni anno, con gli amici, ci si accampa da qualche parte e si sta muso all'insù finché qualcuno non urla "UNA!" e dà il via alla gara a chi ne vede di più.
Io senza il buio nero di pastello a cera di Castel San Vincenzo, forse, non avrei mai visto le stelle cadenti...

E invece ne ho viste tipo 11!

Doveva essere sulla quinta o sulla sesta (ammetto di aver perso il conto) che quell' "ammesso e non concesso ch'io sia diventato matto..." m'ha schiaffeggiata forte sul viso.
A. cantava e rideva, e P. suonava la chitarra, e proponevano sempre un pezzo che iniziavano e poi piantavano lì a metà, e ne iniziavano un altro, e si rideva, e si cantava, e qualcuno gridava "Otto!" e si cantava tutti insieme e si rideva a bocca piena...

E poi però s'è cantata proprio quella canzone lì... E S. s'è un po' emozionata, anche se magari non lo voleva far vedere, e A. cantava più forte e tutti facevamo silenzio, perché si capiva che quella canzone lì non era come le altre degli Smiths che avevamo cantato fino ad allora...
Era una dichiarazione d'amore, era una dedica...

E allora, come spesso m'accade, mentre introiettavo parole d'una canzone che sarebbe diventata da quella sera, una delle mie canzoni più più, mi sono astratta, dal nero di pastello a cera, dall'erba bagnata, dal freddo, dalle risate, dal lago, dalle mainarde molisane...

E mi sono ricordata di quella volta che erano gli anni '90 e che era un pomeriggio d'estate, e io ero ai giardinetti sotto casa con I., la mia migliore amica di allora, ad ascoltare una di quelle radioline portatili con l'antenna lunghissima...
Sentivamo sempre un programma di mercoledì pomeriggio, un programma di dediche di una radio locale, dove spesso compagni di scuola o amici alle prese coi primi amori si dedicavano canzoni...
Mi ricordo ancora quella volta che dedicarono "As long as you love me" dei Backstreet's Boys a C. e noi lo sentimmo in diretta, ed era M. che parlava, e noi nemmeno sapevamo che M. andasse dietro a C. e comunque ci sembrò una cosa stratosferica, perché noi C. la conoscevamo davvero, era in classe con me, quindi il programma faceva dediche vere e quindi avremmo potuto farlo anche noi ed era tutto una grandissima figata...
Che poi non era tanto nel dedicare, quanto nell'attendere trepidanti che qualcuno dedicasse una canzone anche a noi!

In quel periodo io ero in fissa con una canzone degli INXS e quel giorno promisi solennemente che avrei sposato l'uomo che mi avesse dedicato quella canzone, ed io e I. passammo tutto il pomeriggio a fantasticare su come sarebbe stato sentirsi nominare in radio, e all'imbarazzo e che sarei diventata una superfiga a scuola e ridevamo un sacco e sotto sotto sapevamo che non sarebbe successo mai, però a 15 anni puoi credere un po' a quel che ti pare...

Di certo, quel che non potevamo sapere, era che sarebbe venuto un tempo in cui non ci sarebbero più stati programmi radiofonici di dediche, e non ci sarebbero stati più ragazzi e ragazze imbarazzati ad un capo del telefono a balbettare il titolo di una canzone e un messaggio da affidare alla radio, sperando che l'amato o l'amata, proprio in quel momento, stesse ascoltando quel programma e sentisse la dedica...

E niente...quella canzone degli INXS ce l'ho ancora sull'mp3, e ogni tanto la sento e ogni tanto la skippo, e però quando la sento mi sembra di rivedere la panchina, le altalene, gli alberi e gli scivoli dei giardinetti dove quel giorno mi sono promessa all'uomo che me la dedicherà.

La canzone delle stelle cadenti

mercoledì 11 dicembre 2013

"E lo obbligavo a dirmi sempre sei bellissima"

Questo post si potrebbe tranquillamente intitolare "Delle serate in cui il trash anni '70 bussa alla porta e tu faresti meglio a non aprire", ma citare direttamente la canzone mi dava un senso di maggiore trasparenza verso chi leggerà questo post.
Nessuno potrà dire che non sapeva a cosa andasse incontro.

M'è venuta la folgorazione sull'autobus, mentre tornavo a casa dalla mostra dei marmi di Rodin, quando, all'improvviso, le cuffiette del mio lettore mp3 mi rimandano la voce raschiata della Berté che canta "Sei bellissima".
Sulla via di casa, una volta scesa dall'autobus, avevo già cambiato idea, però mi sentivo sta cosa qua, quella tipica sensazione che mi viene quando voglio fare un post, ma non ho ancora capito bene di cosa voglio parlare.
Poi stasera qualcuno mi ha detto che "i veri scrittori lavorano di notte" e quindi ho deciso di dare un po' di lustro alle mie velleità da scrittrice, che ultimamente s'erano nascoste sotto il letto, e buttare giù qualcosa.

C'è M. che è tanto bella. Bella da mozzare il fiato, dicono. Ed è bella da sempre. Da quando, da piccola, aveva i boccoli abboccolati benissimo e i capelli biondissimi e quello sguardo da puttino del Mantegna e quelle guanciotte bùbùbù. E poi era bella anche alle elementari, quando la mamma le arricciava i boccoli che, crescendo, s'erano un po' ammosciati, ma mamma glieli rifaceva uguali uguali a quando era piccina e così M. nelle foto di classe era sempre la più bella. E poi era bellissima e perfetta anche per quell'audizione per quel programma televisivo dove il fotografo le chiedeva di mettersi in pose provocanti perché era bella, era così bella che bucava l'obiettivo. E per M. sentirsi dire che è bella è normale perché lei è proprio bella e quasi si stupisce se qualcuno non la nota, tutta questa bellezza, o la ignora e la tratta come se fosse una qualsiasi, e M. si arrabbia, e non capisce a che cosa le serva, allora, tutta questa bellezza, se non riesce ad ottenere quello che vuole.

E poi c'è B. che pure è bella. E' quella bellezza un po' più trasandata, un po' più "No, ma io mi preparo in cinque minuti, chi ha tempo di svegliarsi prima per truccarsi la mattina?". E B. non lo sa bene quant'è bella. E comunque non gliene frega niente, perché l'apparenza conta fino a S.Stefano, dice, e poi comunque prima o poi invecchi e diventi brutta e quindi non ha senso affannarsi. Anche perché per farsi bella, B., che non lo sa che è così bella anche lei, come M., dovrebbe rubare tempo ad altre attività decisamente più utili che passar tempo con un mascara in mano. E quindi B. si veste un po' come capita però legge tantissimo, scrive su un blog e fa volontariato e forse le schifa un po' quelle come M., che non pensano ad altro che a mettersi lo smalto nuovo e a farsi la messa in piega, le compatisce, poverine, che non hanno altro a parte la loro bellezza. E non lo sa, B., che M. sa parlare 4 lingue ed è un asso nell'organizzazione degli eventi, e M. invece sa di saper fare quelle cose, ma non sa a che cosa le servano, anzi, si maledice per aver fatto l'università, che tanto in questo paese studiare non serve a niente.

E poi c'è V. che è la più tosta. Anche V. è bella. E' una bellezza selvatica, con quel taglio corto a maschio e gli occhi che cercando di leggerti dentro. Sempre in jeans e maglietta, guai a dire a V. che potrebbe esaltare la sua bellezza vestendosi con abiti più femminili. E' in grado di scatenare una rivoluzione. Perché per V. le donne sono tutte vittime di una cultura patriarcale che ha innalzato l'aspetto fisico a valore unico e supremo e bisogna spezzare questa catena e ribellarsi, non farsi relegare al ruolo di bambolina muta. E V. infatti chiacchiera. Chiacchiera un sacco. E gestisce un centro d'ascolto per donne vittime di violenza, e insegna alle donne a non rispondere a schemi imposti dalla televisione o dalla società, insegna alle donne a pretendere di essere accettate così per come sono, anche senza trucco, grasse, non curate... "Sennò mettetevi in testa che non vi ama!" predica V., che non si ricorda più quand'è stata l'ultima volta che un uomo si è sentito a suo agio nel dirle "Sei bellissima" senza temere, paradossalmente, di offenderla.

A. bella non è, ma quando canta saprebbe ammaliare il più reticente degli uomini, e c'è G. che, per via delle ultime battutine in ufficio, non sa ancora se l'abbiano assunta perché è davvero brava come contabile o perché ha le tette grosse, e L. che si tira su leggermente la gonna prima di entrare a fare l'esame, non gliene frega un cazzo che le dicano che è bella, basta che il prof. la promuova; al contrario, P., ha bisogno di sentirsi la più bella sempre, la più bella della classe, la più bella della festa, la più bella d'Italia, e sta facendo le selezioni anche se ora Miss. Italia sta su LA7 e avrà meno visibilità, e non mangia più, che magari diventa un'attrice o una modella ed è talmente bulimica di complimenti sulla sua bellezza che non le interessa più se chi glieli fa sia sincero o meno.

Ma bella come, poi?
Bella dentro?
Bella fuori?
Bella e basta?
Bella e stupida?
Non è bella, ma è simpatica?

"Sei bellissima".
Non bella.
Bellissima.
Superlativo assoluto.
Di quelli pronunciati con un tono sussurrato, scuotendo impercettibilmente il capo, come nel gesto di rassegnarsi ad una certezza ineluttabile e con sguardo un po' incredulo, proprio di chi non è certo che quel che vede sia la realtà.

Io questa sensazione me la ricordo.
Mi spiegate dopo che cazzo è successo?

Mi ritiro nelle mie stanze (soppalcate) e prometto che tolgo la Loredana e la Mia dal lettore mp3.

sabato 9 novembre 2013

Ti lascio l’indirizzo

A volte mi dimentico che esisteva un mondo ante internet e ante smartphone. Ogni volta passa sempre un po’ più di tempo tra una volta e l’altra in cui mi rendo conto che c’era un prima, periodo mitico e osannato come il migliore dei mondi possibili, così come tutto quello che sa di vecchio.
Mi chiedo se me lo dimenticherò mai del tutto.
Se  arriverà mai il giorno in cui non mi ricorderò davvero più com’era “prima”. 
Se assottiglierò gli occhi, assumendo la classica espressione di chi fatica a far riaffiorare qualcosa alla mente, e mi  sforzerò di rievocare la sensazione di tenere una penna in mano e scrivere una lettera …
Mi chiedo spesso quale sarà la mia madeleine, un profumo, un’esperienza tattile, o la vista di qualcosa che mi faccia viaggiare all’indietro nel tempo.
Sono belli i ricordi inconsapevoli.
Siamo tutti pieni fino al midollo di ricordi che non ricordiamo di ricordare.
C’è tipo una sezione del cervello dedicata solo a tutta la roba che abbiamo stoccato e immagazzinato e che però non necessitiamo di ricordare quotidianamente in maniera consapevole e che ci ritorna alla mente solo sotto specifiche sollecitazioni.
Ed è vero, cazzo. Non è solo una gigantesca masturbazione letteraria di intellettuali che non avevano granché da fare.
Recentemente ho preso un aereo dall’aeroporto di Malpensa.
Ci ho lavorato nel 2006, da Maggio a Ottobre, più o meno.
Era sette anni fa.
Ed era da allora che non ci mettevo piede.
In parte per caso, in parte no.
Ebbene se fino a prima di ritrovarmi lì mi aveste chiesto di descrivere il piano delle partenze dell’aeroporto di Milano Malpensa a malapena vi avrei saputo dire come fossero disposti i banchi del check-in, e da dove si scendesse agli imbarchi.
Ecco, nell’istante in cui ho varcato quelle maledette porte girevoli , in quell’istante io avrei potuto chiudere gli occhi e camminare al buio sapendo perfettamente come orientarmi.

Mi è successo come in quelle scene dei film post apocalittici in cui mostrano le macerie di quello che era il vecchio mondo e mentre sei lì che guardi quel panorama distrutto e devastato, piano piano l’immagine scolorisce e vi si sovrappone ciò che c’era prima, appare lentamente la città (che di solito è New York e non si scappa) con le sue strade brulicanti di macchine, i negozi, i grattacieli e tutte le luci sbirluccicose… 
E c’è sempre il belloccio, o la belloccia di turno che guardano quel panorama come rivedendo quel che c’era prima e sospirano pensosi, e poi comincia tutto il pippone su come salvare le ultime vite umane in quel proto-pianeta ormai raso al suolo e la critica alla società pre-esistente e il capitalismo e le guerre e guarda dove ci ha portato il progresso e blablabla.
Che poi quei film sono un po’ tutti uguali, ma vabbè, sto divagando.
A Malpensa io guardavo, ma non vedevo, ricordavo.
E c’era Amelia (vi ho già parlato di lei) che mi sorrideva e mi salutava con quei suoi occhi un po’ a mandorla e un po’ no, e c’era Ilaria che mi ammiccava e mi faceva segno che ci saremmo viste per pranzo, e Matteo che mi dava il cambio turno con quel suo zainetto di cuoio sempre sulle spalle, e Alberto che correva da una parte all’altra perché come al solito si era dimenticato che turno faceva.
E potevo seguire il camminare di un paio di hostess che andavano verso la sala mensa, un paio di colleghi del check-in che guardavano i turni in bacheca e cercavano la RIT per chiedere un cambio, e potevo sentire quasi addosso il fastidio di quelle calze obbligatorie anche con 30 gradi all’ombra e quel maledetto fazzoletto al collo che mi faceva sudare come poche altre cose al mondo, e i mondiali dell’Italia all’aeroporto perché ero di turno e qualcuno che mi porta il tubo di smarties alla postazione, e la ragazza napoletana del bar che mi faceva il caffè con la cremina e un milione di altre cose che non mi ricordavo di ricordare.

E niente oggi pomeriggio la mia madeleine sono stati i miei diari di quando ero ragazzina, le beghe a scuola, gli amori che duravano una settimana, e tutto un senso d’intatto e di pulito che non ero più abituata a provare. E in uno dei diari, del 1996, c’erano tutte le dediche di alcuni amici che avevo conosciuto  un’estate ad un camposcuola. E niente, in fondo a quasi tutte le dediche c’era scritto “Ti lascio il mio indirizzo”, ed io ho pensato che il mondo di prima era un mondo un po’ più bello, e che anche se succedevano le stragi e gli omicidi, e c’era tipo la DC e hanno ammazzato Peppino e succedevano  un sacco di cose brutte…beh c’erano le lettere.
E le lettere erano una cosa bella.
E le cose belle servono a controbilanciare quelle brutte, che ci sono comunque.


E alla fine quel che voglio dire è che anche se mi sforzo tipo tantissimo non so se mi viene in mente una cosa che c’è oggi e che non c’era prima e che è più bella delle lettere.

domenica 20 ottobre 2013

Tabaccai che non t'aspetti

In me ci son sempre stati due pagliacci, oltre agli altri, 
quello che chiede soltanto di starsene dov'è 
e quello che s'immagina che più lontano si stia un po' meno peggio.


                                                                                                                Molloy
                                                                                                  Samuel Beckett

                                                                                           
Io ci stavo bene a Sestri Levante.
Ma in realtà è cominciata ancora prima.

Io stavo bene anche a Chiavari, in prima elementare avevo già fatto amicizia con tutti e mi ricordo perfettamente, come fosse ieri, di quella mia compagna giapponese, che una volta mi aveva mostrato l'ideogramma del suo nome...che significava "neve"...
E mi ricordo del disegno che mi aveva fatto mio papà, che la maestra aveva sgamato subito scrivendomi sul quaderno "Bravo papà, ma se lo faceva Enrica era meglio"; e mi ricordo della casa, con le porte della cucina di legno, fatte come quelle dei saloon western...quante volte c'ho lasciato le dita in mezzo!
E mi ricordo della mia cameretta, del mio orso di peluche gigante, dell'arrivo di mia sorella, che andò a riempire il secondo letto della cameretta, che per 4 anni era rimasto vuoto...
E mi ricordo un botto di altre cose, ma vabbè...

Dicevamo.
Io ci stavo bene a Sestri Levante.
Avevo la mia compagnia, la macchina, le passeggiate a mare, il sole, la mia bicicletta storica (chissà che fine ha fatto...), avevo il profumo di brioches la mattina quando mi svegliavo...
E mi ricordo i giardinetti all'angolo, con i primi amori, le altalene, le scritte sullo scivolo col pennarello indelebile che ci sentivamo tanto trasgressivi e la vecchia tubifera che ora c'è tipo la piscina comunale...
E le sigarette alla Canala (io ne avrò fumata sì e no mezza), e gli autoscontri del Luna Park in passeggiata, e Gerry e il gelato al K2, e tutta l'estate buttati ai barconi, e l'appuntamento alle 3 dalle cabine, e la 4 alle 7.10 per andare a scuola e perché non ti fai il motorino? E il CIAO semi distrutto dopo la mia prima - e ultima - corsa.
E maturità, e le partite dell'Italia a Recco, tra un ripasso di storia e un'analisi di funzione.
Stavo bene.

E stavo bene anche quando ho deciso di iscrivermi all'università a Genova e ho cominciato a dormire dal lunedì al mercoledì a casa di mia nonna.
Conoscevo gente nuova, mi perdevo nei vicoli, facevo colazione con Alice e i nostri "latti" macchiati, cominciavo ad avvicinarmi all'attivismo politico, facevo Calibro, mi ubriacavo agli aperitivi e alla mattina alle 8 andavo a lezione da Succio o dalla Zilio-Grandi con la testa che mi scoppiava.
E cantavo al coro, facevo notte con i vari Final Fantasy insieme a mio cugino con il quale chiacchieravo fino allo stremo e mi ricordo di quella volta che Pier aveva accompagnato me e Alice a casa e però aveva il Van e quindi ci eravamo messe dietro e non dovevamo farci vedere e allora stavamo tutte chinate e Pier lo faceva apposta di andare forte e a me veniva da vomitare e da ridere.
Da ridere un sacco...

E poi tutto sommato stavo bene anche a Gallarate, perché lavoravo in aeroporto e praticavo un sacco le lingue, e mi piaceva stare a contatto con tutta quella gente che partiva e chissà dove andava e mi perdevo sempre a fantasticare sulle vite delle persone...
Osservare gli sguardi di chi era in partenza, eccitati e attenti, o quelli di chi tornava dalle vacanze, un po' spenti, ma pieni di cose che avrebbero portato con sé per sempre...e quelli di chi viaggiava suo malgrado, e quelli di chi veniva rimpatriato e aveva la scorta, e quelli di chi non aveva il visto per l'Italia ed era costretto a passare la notte in aeroporto, e quelli di chi perdeva il volo...e immaginare altre vite, altri universi...
E mi ricordo che avevo fatto amicizia con Amelia, che era italo-nippo-canadese, una roba assurda, era di Vancouver e mi raccontava sempre un sacco di cose del Canada, però la madre era giapponese e infatti lei mi raccontava anche un sacco di cose del Giappone e aveva gli occhi a mandorla, però non troppo perché era anche canadese...
E poi c'era Isa che faceva le borse a mano e ne avevo anche comprata una e avevo la tessera del Gigante, che è un supermercato che per me sta solo in Lombardia perché non l'ho mai più rivisto da nessun'altra parte...
E poi c'era quella pazza di Chiara che aveva vissuto un anno negli States come ragazza alla pari, e Alberto, e mi sto stupendo un casino di ricordarmi così tante cose...

E non si può dire che non sia stata bene a Roma.
Roma m'ha innamorata.
Mi ha sedotta e mai abbandonata.
E di Roma potrei scrivere per ore, del Quadraro, di Casa Gaio Melisso, ma anche di Giardinetti, dell'università, di Via Libera, di Universitor e i pranzi sul terrazzo, e le domeniche sonnacchiose e di Caracalla e delle birre al Pigneto, e dei pomeriggi a leggere al Parco degli Acquedotti, e dei baiocchi che non-mangiarli-perché-Silvia-è-molto-gelosa-delle-sue-cose, e del perdersi a Trastevere e la reflex che non riusciva a contenere tutta quella bellezza, e gli aperitivi che a-Genova-li-facciamo-meglio e tutte le persone meravigliose che ho conosciuto...
E di Roma mi ricorderò per sempre quella volta che volevo andare al Gianicolo e però avevo sbagliato autobus, ma non mi andava di scendere e sono rimasta su fino al capolinea e faceva la Portuense e così ho scoperto dove fosse Porta Portese.
E mi ricorderò per sempre anche di quella volta che dovevo partire per Milano e non volevo.


Oggi sono entrata in un tabacchino per comprare un biglietto dell'autobus e il tabaccaio ha palesemente sbuffato mentre entravo, poggiando la Gazzetta dello Sport, che stava leggendo, sul bancone.
Ha grugnito alla mia richiesta del biglietto e poi si è lamentato, con perfetta calata genovese, del fatto che volessi pagare con 20,00€ un biglietto dell'autobus da 1,50€.

Io gli ho sorriso, e lui mi ha guardato storto come solo un tabaccaio genovese, per di più trapiantato a Milano sa fare.

E non so se c'è una morale in tutta questa faccenda, ma volevo solo dire che probabilmente, tutto sommato, starò bene anche a Milano.



martedì 15 ottobre 2013

Di soppalchi, supermercati e suicidi.

Ho deciso di prenderla bene.
Ma non perché sicuramente mi sto fasciando la testa prima di essermela rotta o perché alla fine andrà tutto bene per forza, come mi dice costantemente la gente che mi sta intorno.

Ho deciso di prenderla bene per una semplice questione di qualità della vita.
Tutto sarà molto più vivibile se io mi predispongo a non farmi stare tutto sul cazzo per definizione, inoltre la condizione di esule un po' campanilista che si diverte a bofonchiare almeno tanto quanto ama scoprire cose nuove - sulle quali bofonchiare - è di molto divertente e aiuta non poco.

Detto questo:

- In casa ho un soppalco fichissimo e mi sono resa conto che guardare le cose da quella prospettiva non è affatto male;

- Il supermercato più vicino a casa mia è un fottuto Carrefour che costa l'ira di dio, quindi sono ancora alla ricerca del discount per poracce come me;

- La gente è molto meno stronza di quanto pensassi. E in ogni caso ho deciso che sarebbe giustificata ad esserlo. Tu non puoi costringere laggente a vivere in una città con un clima di merda e chiederle anche di essere simpatica;

- Fa un freddo fottuto e io non ho giacche perché negli ultimi 5 anni della mia vita a stento ho messo un cappotto;

- Ho la fermata dell'autobus comodissima per il lavoro, però alla mattina fa comunque un freddo fottuto;

- Oggi ho visto un negozio di antiquariato e lumi antichi veramente affascinante e niente, l'ho preso come un segno...tipo "porta la luce nella tua nuova vita, ma non ti dimenticare le tue radici" che fa molto new age, che tanto va di moda;

- In casa c'è tipo un quadro con un messaggio motivazionale da PNL sul raggiungimento degli obiettivi.
Ecco. Questo mi ha spaventata.

- Il tizio cui è intitolata la via di casa mia è un poeta ottocentesco morto suicida per un amore infelice.

E...niente, mi hanno trasferita a Milano.

sabato 23 marzo 2013

Volevo scrivere un altro post

Volevo scrivere un altro post.

Stamattina alle 12 ho chiamato la mia paziente relatrice per mettere a punto le ultime cose prima della discussione della mia tesi che si terrà tra pochi giorni.
E' inutile sottolineare lo stato d'ansia in cui io mi trovo in questi giorni.
Ok che la tesi l'ho scritta io e saprò di che parla, ok che in Italia la discussione è quasi una formalità, ok che comunque mi presento con una buona media...sì, ok.
So' agitata lo stesso, embè?

Dicevamo, si chiacchiera sulla presentazione, come introdurre l'argomento, con cosa proseguire, ma parto in italiano o in spagnolo, eh meglio in italiano che poi la commissione sennò non la segue, anzi no, meglio in spagnolo così poi la parte centrale la discutiamo in italiano...tanto poi la domanda in lingua gliela fa la correlatrice. Ha parlato con lei, vero?

Sorvolerò sul pantheon di divinità che ho bestemmiato, sorvolerò sull'apologia di me stessa e sul perché ero abbastanza legittimata a non aver parlato con la correlatrice e proseguirò, altrimenti scrivo un terzo post ancora.
Morale della favola, devo portare una copia della mia tesi alla correlatrice entro le 16 di oggi pomeriggio.

Esco di casa tutta trafelata e, interrogandomi circa a quale dio avevo mancato di sacrificare vergini e bambini questo mese, mi dirigo verso la copisteria dove ho fatto stampare e rilegare la mia tesi.
E' sabato. E' sabato, capite?
Sabato.
Quel giorno in cui alcuni esercizi sono chiusi perché è il weekend, no?
Ecco, quel giorno lì. Sabato.

Arrivo alla copisteria sudata come un maiale - perché nel frattempo, tanto per rompere un po' le scatole random, è pure arrivata la primavera e quindi non sai come cazzo vestirti - e all'interno trovo una bolgia che Dante dimenticò di annoverare: i laureandi che portano la tesi a stampare all'ultimo momento.
Mi faccio strada tra un "Prima di lunedì non ce la facciamo" e un "Siete matti? Io mi laureo lunedì alle 9.00" e raggiungo la zona della stampa da chiavetta.
Sono le 13.20. Di sabato.

Dove stai andando?
Di sotto, devo stampare la tesi.
Eh ma siamo chiusi...
Come, siete chiusi? [mentre comincia a pulsarmi la vena sulla tempia]
Eh sì...stiamo finendo di consegnare le tesi pronte, ma per tutti gli altri servizi abbiamo chiuso alle 13.00...è sabato. [appunto]

Segue una scena per la quale io avrei vinto l'Oscar per migliore piattola implorante non protagonista e la titolare della copisteria quello per migliore arpia mestruata sadica, al termine della quale un giovine dipendente della copisteria si muove a compassione e mi stampa 'sta benedetta tesi in gran segreto mentre l'arpia infierisce su una povera studentessa che aveva l'ardire di voler pagare con bancomat. Forse di sabato è proibito anche quello e non ce l'avevano detto.

Tesi in mano, a fogli sciolti perché di mettermici una spiraletta o di fare una rilegatura veloce solo con la colla non se ne parlava nemmeno (ricordate sempre che è sabato!) esco in strada e mi infilo nel primo tabacchino/cartoleria che trovo per comprare almeno una cartellina dove tenere le centinaia di fogli ancora caldi di stampante.
Ovviamente non trovo quel che cerco, il tabacchi/cartoleria era poco cartoleria, e mentre sto per uscire mesta mesta, dopo aver raccontato le mie disgrazie alla giovane e disponibile tabaccaia, interviene una tipa che stava comprando le sigarette, indicandomi il nome di un'altra copisteria lì nei pressi.
Avrei potuto fare un tentativo, magari era ancora aperta.

Magari.

Passo spedito sotto questo meraviglioso sole primaverile (le pezze sotto le ascelle sono un simpatico effetto collaterale) finalmente arrivo alla seconda copisteria.
E' aperta!
Entro e ci sono solo due ragazze, evidentemente studentesse, appoggiate al bancone dietro al quale sta un tipo, probabilmente il proprietario, che sbuffa visibilmente.

Siamo chiusi!
[espressione umile, occhi imploranti, alzo il plico di fogli] Nemmeno una spiraletta al volo?
Eh, fija mia...
Sì lo so, è sabato, non ti sto a spiegare perché non è colpa mia... Mi salveresti la vita...
[sbuffa] Dai vieni, su...

In tre minuti sono fuori dalla copisteria con la mia tesi pronta per esser consegnata alla correlatrice.
Tutto risolto.

Ecco volevo scrivere un altro post.
Volevo scrivere un post dove parlavo del karma della buona azione, dove raccontavo del ragazzo della prima copisteria, che per pura gentilezza mi ha stampato la tesi anche se avrebbe potuto non farlo, della cliente del tabacchino, che si è interessata alla mia disavventura e si è presa la briga di darmi un consiglio e del titolare della seconda copisteria, che per un lavoretto da appena 2€ mi ha fatto questo servizio a negozio, in teoria, chiuso...
Un post dove dicevo, piena di ottimismo, che le persone buone in giro ci sono, e sono pure la maggioranza e che non bisogna perdere fiducia nella gente...e poi...e poi...
...tornando a casa...
...in metro...
...ho incontrato i berluscones che andavano alla manifestazione a Piazza del Popolo a glorificare il loro piccolo dio.


Ecco.
Lo capite se mi si è spento un attimo l'ottimismo vero?

Volevo scrivere un altro post.

giovedì 7 marzo 2013

Lettera aperta a Beppe Grillo


Oggi sul Times è uscita questa intervista a Beppe Grillo, sintetizzata e tradotta dal Globalist.it, qui.
Ho letto tutta l'intervista (in inglese) che si trova in calce all'articolo del Globalist.it che invece ne sintetizza solo alcuni punti e ho potuto notare la genuinità della sintesi e della traduzione in italiano.

Dice Grillo all'intervistatore del Times: "There’s a rule in our movement. We don’t make agreements with parties. Whoever joined our movement signed on to this. If you enter into a movement like this, it’s a rule you agreed to. There’s nothing to decide. If you go play soccer, do you say you want to score goal with your hand? No, it’s only with your foot. Accept the rules."

Che viene così tradotto: "C'è una regola nel nostro movimento: noi non facciamo accordi con i partiti. Chiunque ha aderito al nostro movimento l'ha sottoscritta. Se tu entri in un movimento come questo, c'e' una regola che hai accettato. Non c'è niente da decidere. Se tu giochi a calcio, dici che vuoi segnare un goal con la mano? No, si segna con il piede. Si accetta la regola".

Non cito questa frase perché la ritengo la più importante dell'intervista né voglio, attraverso questa frase, enucleare l'intero contenuto dell'intervista che potete tranquillamente andare a leggervi nella sua interezza, cito questa frase perché credo che qui si trovi esattamente il nucleo della mia critica al MoVimento.

Ecco, dunque, la mia lettera aperta a Beppe.

"Caro Beppe, la metafora calcistica che usi in quest'intervista per spiegare perché non intendete dare la fiducia al PD, ossia che la regola aurea del MoVimento è "non si fanno accordi coi partiti" è molto utile anche a me per mostrarti le cose da un'altra prospettiva e dirti che nel momento in cui hai depositato un simbolo e hai deciso di partecipare alle elezioni politiche italiane presentando delle liste con dei candidati che sarebbero diventati parlamentari, hai anche tu accettato di "giocare a un gioco": quello di governare l'Italia. Questo ti mette nella posizione, per tua stessa ammissione  rispetto al calcio, di sottostare alle regole del gioco. Gli otto milioni e mezzo di italiani che ti hanno votato, lo hanno fatto perché tu entrassi in Parlamento e dessi una svolta a questa politica. Una svolta epocale.

Ora i casi erano tre. O prendevi il 51% e bella lì, facevi il tuo governo e attuavi tutti i tuoi punti programmatici con una solida maggioranza, o prendevi meno del 4% e altrettanto bella lì, flop totale, tutti a casa (voi) oppure succedeva quel che è successo. Ossia che prendessi una percentuale tale da renderti una forza RILEVANTE nelle geometrie che si sono create.

Ora, nel gioco della politica, se ti impegni per entrare in Parlamento, una volta che ci sei devi prenderti le tue responsabilità, soprattutto nei confronti delle persone che ti hanno votato. E' un dovere verso questa res publica che hai deciso di cominciare a maneggiare.
Non puoi dire 'Ah no, ma io volevo solo entrare e fare opposizione a tutto e a tutti di default'.
Perché così stai cercando di pervertire le regole, di piegarle ai tuoi capricci, per giunta paventando l'ipotesi che Berlusconi torni a governare (ah già, ma per te son tutti uguali) cosa che sarebbe solo che un danno per l'Italia.
Non hai preso il 51%, mi dispiace, non puoi fare come vuoi, devi stare alle regole del gioco a cui hai deciso di giocare.

Altrimenti invece che presentarti alle elezioni politiche prendevi su torce e forconi e facevi la marcia su Roma.

Cordialmente,
Enrica."